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Divagazioni sulla vita in campagna
La Prafitta Bed and Breakfast e Guest house
La Brina alla Prafitta
Le "cose" ben fatte sviluppano la
loro azione anche dopo anni e anni di attività, se poi la cosa è una
casa, costruita nella seconda metà del settecento, viva il capomastro
che ha fondato la Prafitta, così si chiama la casa, lato lungo “il
davanti” a Sud, avendo l'accortezza di dare alla casa una piccola
girata verso Est per invitare la luce del sole a baciarla fin dal primo
istante della giornata che nasce.
Di questa luminosa realtà ne sto beneficiando fin dal primo giorno del
mio risiedere qui, però solo oggi, 4 Febbraio consapevolmente
analizzato la permeazione della luce nel volume interno casalingo.
E' una radiosa fiammeggiante “rossalba” che fà risaltare il velo
elegantissimo di ghiaccio bianco splendente posato su ogni forma delle
cose,che assumono inaspettata eleganza nella compostezza della rigida
temperatura. La brina fa bene alla terra, alle piante, agli occhi che
sanno guardarla e non solo vederla.
Viva la Prafitta nella sua luce fra il bianco della brina.
LA PRAFITTA
Il toponimo PRAFITTA è composto dal prefisso PRA, di facile
interpretazione perché allude a vasti terreni prativi, e dal suffisso
FITTA, che non consente invece immediata comprensione, perché non è
plausibile che alluda a rapporti fondiari di affittanza, che
nell’antico andavano semmai sotto il nome di enfiteusi. Infatti nel
muro di facciata dell’edificio colonico, che con ogni probabilità
risale ai primi del ‘700, si trova incastonata una lapide che fissa nel
marmo gli estremi di un contratto enfiteutico, datato 28 luglio 1853,
con il quale il Cardinale Legato di Ferrara Geronimo Rinaldi concede
tale titolo a favore di Remigio Bergami (lett. “emphiteusis favore
Remigii Bergami”). L’enfiteusi è un istituto giuridico d’antichissima
origine, assai diverso dall’odierna affittanza, perché a differenza di
questa, che contempla il solo pagamento di un canone annuo a favore del
proprietario del terreno, prevede altresì l’onere della miglioria
fondiaria (tipico dei tempi passati quando i terreni agricoli
soffrivano di gravi sconvolgimenti idraulici, con conseguenti
allagamenti), cioè l’obbligo dell’enfiteuta di apportare, nel periodo
di concessione, solitamente ventennale, importanti miglioramenti al
fondo ottenuto in gestione, in riguardo alla rete di derivazione e di
scolo delle acque, alle difese idrauliche eccetera. La parrocchia di
San Giacomo di Quartiere in Portomaggiore, nei cui confini si trova la
Prafitta, al tempo ricordato nella lapide faceva capo, come oggi del
resto, alla Diocesi di Ferrara, ed è facile arguire che in quel periodo
che precede l’avvento dello Stato unitario, la Chiesa, che qui
possedeva vasti terreni fin dall’epoca carolingia, ne demandasse la
conduzione ad imprenditori agricoli capaci di apportare, tramite
l’istituto dell’enfiteusi, importanti migliorie al vasto patrimonio
fondiario, che essa era riuscita a preservare nei secoli superando
sostanzialmente indenne persino le radicali, ma transitorie,
espropriazioni napoleoniche. La collocazione della possessione Prafitta
sull’argine sinistro della Fossa di Porto, con l’edificio rurale che,
splendidamente rivolto a mezzogiorno, addirittura si specchia nelle
acque del più importante fiume che fin dall’alto medioevo (955 d. C.)
ha dato vita al conglomerato urbano di Portomaggiore, è assai
significativa: in quei tempi settecenteschi di frequenti turbolenze
idrauliche la fossa di Porto, cui dal lato destro ai primi
dell’Ottocento fu affiancato il condotto artificiale dello Scolo
bolognese, garantiva la possibilità dei terreni adiacenti di rimanere
liberi dai ristagni paludosi, e vedeva svolgersi lungo il suo corso,
che dalla periferia meridionale di Ferrara convogliava le acque del
Polesine di San Giorgio fino alla valle del Mezzano, transitando per
Montesanto, Quartiere, Portorotta, Portomaggiore e Portoverrara, un
intenso transito di mezzi fluviali che, nella sostanziale
impraticabilità delle fangose vie di terra, assicuravano l’esportazione
dei prodotti agricoli (canapa, foraggi e vino), e l’arrivo di merci di
uso quotidiano, tra cui sale, spezie e altri prodotti vari di prima
necessità, portate da barconi che provenienti dal mare (Chioggia,
Comacchio, Ravenna e Cervia) risalivano la fitta rete dei canali per
rifornire l’entroterra delle loro mercanzie. Si guardi, per comprendere
la realtà di tale interscambio mercantile, lo stemma del Comune di
Portomaggiore, che riporta la nave dalla vela gonfia che giunge al molo
dotato di faro, ai cui piedi giacciono balle di canapa e botti, pronte
per il carico.
. La Prafitta dunque collocata d’antico in un punto strategico, alla
confluenza della Fossa di Porto e dello Scolo bolognese, a presidio del
territorio e a guardia dell’intenso traffico fluviale? Mancano
documenti ufficiali che lo attestino, ma molto spesso, se le carte non
sono di supporto, è sufficiente avere occhi per guardare e soprattutto
per vedere il territorio, leggendone le caratteristiche topografiche,
altimetriche e funzionali per capire le ragioni degli insediamenti
umani, i motivi cioè per i quali si è costruito lì, e non altrove.
Ancora oggi, guardando la Prafitta, collocata sugli spalti (‘spalto’:
luogo sopraelevato e dominante) della Fossa di Porto e proprio
all’angolo-capolinea della strada detta della “Prafitta-Bertolina” che,
elevata sui campi circostanti, proviene da Quartiere e porta a San
Nicolò, se ne coglie la funzione di scolta, di sentinella
dell’importante passo d’acqua; non è difficile immaginare che
anticamente essa, collocata a ridosso dell’argine, fosse dotata di
attracco per l’ancoraggio dei natanti. Dalle finestre del casale le
anse del fiume ancora oggi risultano ben visibili, anzi si può dire che
le finestre’ inquadrano’ la via d’acqua , con un effetto panoramico
assai suggestivo , ed è probabile che quella collocazione che adesso
consente un incantevole colpo d’occhio sul corso lento del fiume, a suo
tempo adempisse anche e soprattutto ad una funzione di sicurezza per il
controllo del transito fluviale. E’ evidente infatti che siamo di
fronte ad una felicissima scelta topografica dell’antico progettista,
che ha voluto che il fronte dell’edificio, pur rimanendo a favore del
sole, fosse non parallelo bensì ortogonale al corso d’acqua, così che
le finestre consentissero la diretta visuale anche delle più lontane
anse del fiume. La felice convivenza della Fossa di Porto e del
parallelo Scolo bolognese ha fatto della Prafitta un luogo suggestivo
in termini idraulici e botanici: una fitta vegetazione selvatica
affidata al Consorzio di Bonifica, arricchisce le sponde dei due corsi
d’acqua, che diventano così luogo ideale per passeggiate
naturalistiche, alla scoperta della ricca fauna di terra e di acqua, e
delle numerose varietà arboree, tra cui spiccano pioppi e querce di
alto fusto, che rendono il luogo così insolitamente diverso
dall’ordinaria campagna circostante, piegata come si sa alle imperanti
necessità agronomiche dello sfruttamento intensivo dei terreni, che non
tollera vegetazione spontanea o
infecondi angoli di risulta. Anche l’asta dei due corsi d’acqua,
soprattutto di quello della Fossa di Porto, costituisce per la Prafitta
un interessante patrimonio turistico, perché è tecnicamente praticabile
lungo il suo corso, che lento e sinuoso procede verso Portomaggiore, le
valli e il mare, la fruizione nautica tramite barca o canoa, che alla
Prafitta potranno trovare base di ancoraggio a beneficio dei turisti
che, lontani dalla città e “via dalla pazza folla”, scopriranno un’oasi
di pace grazie alla totale immersione nella natura che la Prafitta,
oggi signorilmente trasformata in un accogliente bed and breakfast, è
pronta a garantire.
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